
Nelle zone di guerra, l’infanzia è spesso la prima a essere colpita. Ci sono bambini che non possono più andare a scuola, che crescono tra macerie e paura, che perdono la propria famiglia e ogni forma di protezione. E poi ci sono i bambini soldato: minori rapiti, costretti, manipolati da gruppi armati fino a trasformare la loro fragilità in un’arma.
Il fenomeno di bambini e bambine reclutati per combattere, non può essere archiviata semplicemente come inevitabile conseguenza dei conflitti: è invece necessario sottolineare che si tratta di una vera e propria forma di sfruttamento e abuso che spesso passa da rapimenti, minacce, coercizione, e si intreccia con la tratta di esseri umani e la tratta di minori. Sì perché in guerra le persone diventano merce: da spostare, vendere, controllare e in questi contesti, ai bambini può essere imposto di combattere, ma anche di fare da messaggeri, spie, trasportatori, cuochi; e le bambine, in particolare, sono esposte a un rischio altissimo di violenze e schiavitù sessuale.
Il 12 febbraio: una data che non possiamo ignorare per testimoniarne l’orrore
Ogni anno, il 12 febbraio si celebra la Giornata Internazionale contro l’Impiego dei Bambini Soldato, conosciuta anche come Red Hand Day: un’occasione per ricordare che nessun minore dovrebbe mai essere coinvolto nelle ostilità e che la comunità internazionale ha stabilito tutele precise per proteggere l’infanzia dalla guerra.
Ma le leggi, da sole, non bastano. E a ricordarcelo sono le testimonianze. Alcune così dure da togliere il fiato. Come quella di Mopati.
La testimonianza di Mopati: “imparare a uccidere” a dieci anni
Il suo vero nome non è stato diffuso, per proteggerlo. Lo chiameremo Mopati.
È il 1999 e nella Repubblica Democratica del Congo infuria la guerra. Mopati frequenta la quinta elementare: un bambino con i libri in mano, la scuola come orizzonte, la normalità come diritto. Poi, un giorno come tanti, all’uscita da scuola tutto cambia: viene arruolato con la forza e portato in un campo militare.
Lì, ai bambini ripetono una frase che suona come una condanna: “c’è bisogno dell’aiuto di tutti, anche dei bambini”. Mopati prova perfino a opporsi, a dire che sono troppo piccoli, che tra loro ci sono bambini di nove anni. Ma la sua voce non conta. Nel giro di poche ore gli mettono in mano un fucile e lo costringono ad addestrarsi.
L’addestramento non è solo imparare a sparare. È imparare la disumanità: uccidere, saccheggiare, violentare. E farlo non solo contro “il nemico”, ma anche contro persone comuni, civili, comunità. Metodi disumani, pensati per spezzare la volontà e usare menti giovanissime e influenzabili come strumenti di guerra.
Dieci anni dopo, nel 2009, Mopati trova la forza di raccontare tutto davanti al tribunale dell’Aia, protetto da una tenda e con la voce alterata.
Dall’altra parte, sul banco degli imputati, c’era Thomas Lubanga, dal 1999 al 2003 leader dell’Union des patriotes congolaise. L’uomo era accusato, tra i tanti orrori, di aver arruolato dei bambini soldato. Come il piccolo Mopati.
La sua deposizione è considerata storica anche perché intorno ai bambini soldato c’è ancora troppa omertà: senza testimonianze, questi crimini restano spesso impuniti. Fino a quando Mopati non ha trovato la forza di parlare davanti a un tribunale e svelare al mondo quali atrocità hanno dovuto subire lui e molti altri bambini soldato.
Testimonianze dei bambini soldato: perché raccontare queste storie conta
Raccontare la storia di Mopati non significa solo “guardare l’orrore”. Significa riconoscere una verità: un bambino soldato non perde solo la sicurezza. Perde il diritto allo studio, alla salute, alla protezione, e soprattutto perde la possibilità di vivere un’infanzia.
Noi di ActionAid, proprio perché non vogliamo che queste storie si ripetano, continuiamo a lavorare perché esista un’alternativa reale: protezione, sostegno alle comunità, e soprattutto difesa del diritto di istruzione, che è il primo argine contro il reclutamento e contro ogni forma di tratta e sfruttamento.
Attraverso l’adozione a distanza, possiamo aiutare i bambini e le bambine a restare bambini: a tornare a scuola, a sentirsi al sicuro, a costruire un futuro che non abbia il rumore delle armi come sottofondo.