
Il 6 febbraio il mondo celebra la Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF): un momento per dire con forza che questa pratica non è “tradizione”, ma violenza. Eppure, ancora oggi,siamo costretti a chiederci perché milioni di bambine e ragazze rischiano di subire mutilazioni genitali per motivi non medici, spesso dentro un silenzio fatto di paura, pressione sociale e disuguaglianza.
Noi di ActionAid lo vediamo ogni giorno: dietro i numeri sulle MGF ci sono volti, famiglie, comunità. E soprattutto ci sono storie. Storie che fanno male, ma che sono necessarie, perché dare voce a chi ha vissuto questa violenza significa rompere il muro dell’indifferenza e ricordare che ogni bambina ha diritto a crescere integra, libera, al sicuro.
Quando i numeri diventano persone: cinque voci dal Kenya
Pamela: il corpo come “prova” di un destino imposto
Pamela perde la madre da piccola. A tredici anni viene costretta a sposare un uomo molto più grande: viene rapita, picchiata, chiusa in una baracca. Poco dopo, subisce la mutilazione genitale. La sua vita cambia per sempre e anche la gravidanza diventa un terreno di paura, perché le conseguenze sul corpo restano e pesano sul futuro. Pamela ci ricorda come i matrimoni precoci siano legati a questa pratica, ritenuta necessaria per poter contrarre matrimonio e non essere stigmatizzate.
Chepatula: una figlia che non torna più
Chepatula è lontana da casa quando sua figlia subisce le mutilazioni. La ragazza perde troppo sangue. Le cure arrivano tardi. E quando Chepatula viene a saperlo, capisce che non è stata una “fatalità”: è stata una scelta violenta, fatta sul corpo di una bambina. La testimonianza di Chepatula e la storia di sua figlia ci parlano delle conseguenze estreme delle mutilazioni genitali femminili.
Everlyne: la scuola come linea di confine
Everlyne ha quattordici anni quando la povertà spinge i genitori a farle lasciare la scuola. L’idea è quella che si ripete troppe volte: sottoporla alle mutilazioni e poi darla in moglie. Ma un insegnante interviene, parla con la famiglia, insiste. E Everlyne riesce a restare sui banchi, evitando quell’“inferno” che le avrebbe rubato infanzia e futuro. La sua storia ci ricorda come il diritto all’istruzione possa riscrivere il futuro di tante bambine e ragazze.
Salome: duecento chilometri per salvarsi
Salome ha dodici anni quando il padre e i fratelli la chiudono in casa per farle subire la mutilazione. È sua madre a costruire una via di fuga: un pretesto semplice, un compito quotidiano. Salome scappa e cammina per giorni, per oltre duecento chilometri, vivendo di elemosina e di ciò che riesce a trovare. Oggi frequenta la scuola, ma quel passo verso la libertà ha avuto un prezzo altissimo: non ha più rivisto la sua famiglia.
Abigail: “meglio rischiare tutto che essere tagliata”
Abigail ha 14 anni e vive in Kenya. Nel suo contesto, le MGF vengono considerate un passaggio “necessario” prima del matrimonio: un modo per controllare il corpo e il destino di una ragazza. Abigail vede però morire una giovane del villaggio dopo l’intervento, e capisce che quel rischio potrebbe diventare anche la sua fine.
Così sceglie di fuggire. La strada è lunga e pericolosa, ma l’idea di essere mutilata è ancora più spaventosa. Incontra una persona che la aiuta e la indirizza verso una casa sicura gestita da ActionAid. Da lì, ricomincia: torna a scuola e riprende a immaginare un futuro che non sia scritto da altri.
Mutilazioni genitali femminili: la testimonianza durissima di Martha
Sono stata mutilata quando avevo 9 anni.
Mia nonna mi disse che mi avrebbero portato ad una cerimonia e che dopo mi avrebbero dato tanto cibo da mangiare.
Ero solo una bambina e fui trattata come una pecora che va al macello.
Entrammo in un passaggio segreto nel bosco, fui portata in una stanza molto buia e spogliata.
Fui bendata e lasciata completamente nuda.
Poi fui portata da due donne molto forti sul posto dell’operazione. In quattro mi forzarono a rimanere stesa sulla schiena. Mi misero in bocca un pezzo di stoffa per fermare le mie grida.
Quando iniziò l’operazione tentati di dimenarmi. Il dolore era terribile e insopportabile.
Durante questa “lotta”, fui bruscamente tagliata e persi molto sangue. Fui mutilata con un coltellino tascabile.
Dopo l’operazione, nessuno aveva il permesso di aiutarmi a camminare. Quando dovevo urinare, dovevo stare in piedi. La pipì passava sulla ferita e ogni volta mi causava un dolore fortissimo. A volte mi trattenevo dall’andare in bagno per paura del dolore.
Durante l’operazione non mi avevano dato nessun anestetico e nessun antibiotico per evitare infezioni. A causa di quelle perdite di sangue, diventai anemica. Mi fu detto che era stregoneria.
Nessuno mi offrì assistenza medica. Soffrii per tanto tempo di infezioni e qualche mese dopo aver compiuto 10 anni, fui data in sposa a un uomo molto più grande di me che aveva già pagato la dote alla mia famiglia.
Seppi che sarei stata la sua quinta moglie.
Questo pose fine alla mia istruzione e il mio sogno di diventare medico fu distrutto.
Nella nuova casa ero seguita dalle altre mogli che mi facevano da mamme, aspettando il giorno in cui avremmo consumato il matrimonio. Quando quel giorno arrivò, non riuscii ad aspettare l’incubo che stava per arrivare, così scappai nell'ufficio di ActionAid a Elangata Wuas, a 14 km da dove mi trovavo, e loro mi salvarono.
MGF: la testimonianza di Coumba che ha trasformato il dolore in cambiamento
Coumba è senegalese. Ha 24 anni, due figli, e porta sul proprio corpo le conseguenze delle mutilazioni subite da bambina: rischi immediati, complicazioni e ferite che possono durare una vita.
Ma Coumba non resta sola dentro quell’esperienza. Decide di organizzarsi, fonda un comitato di donne nella sua comunità e, insieme ad ActionAid, promuove formazione e consapevolezza: sui rischi, sui diritti, sulla parità di genere. Racconta che l’attenzione delle autorità e l’applicazione della legge hanno contribuito a ridurre drasticamente la pratica nel suo villaggio. La testimonianza di Coumba è la prova che il cambiamento non è un’astrazione: può iniziare quando una donna, una comunità, smette di accettare l’ingiustizia come normalità.
Mutilazioni Genitali Femminili e abbandono scolastico: la testimonianza di chi troppo spesso ha visto le bambine costrette a lasciare la scuola
C’è un punto che ritorna in molte storie: la scuola. In Kenya, tanti percorsi si spezzano proprio lì. I mostrano un divario netto: nelle primarie il rapporto tra ragazze e ragazzi è quasi equivalente, ma alle secondarie le ragazze diminuiscono drasticamente. E una parte importante di questo abbandono è collegata alle MGF: dopo l’intervento, molte ragazze vengono considerate “pronte” a sposarsi, e la scuola diventa improvvisamente secondaria.
Tre testimonianze raccontano bene cosa significa tutto questo e come, insieme ai nostri sostenitori e alle realtà locali, ActionAid stia supportando il cambiamento.
- Celina, insegnante, vede sparire dalle classi ragazze di 11 o 12 anni: dopo le mutilazioni, non tornano più. Celina ha deciso di darsi da fare. Insieme allo staff di ActionAid, parla sia con i genitori sia con le ragazze della sua comunità per spiegare loro quanto siano dannose e disumane le mutilazioni genitali femminili. Il suo impegno sta dando buoni frutti: adesso il numero di ragazze che frequentano la scuola secondaria è aumentato e ci sono anche due ragazze-madri.
- David, insegnante anche lui, collega la lotta contro le MGF allo sviluppo della comunità: se l’educazione si interrompe, si interrompe il futuro di tutti. David si rivolge ai suoi studenti maschi perché informino i loro genitori su quanto siano pericolose le mutilazioni. Li informa anche sul valore di permettere a mogli e figlie di frequentare una scuola per spezzare la catena generazionale della violenza.
- Edwin, 14 anni, ha già visto sua sorella maggiore lasciare scuola e sposarsi dopo le mutilazioni. E ha paura che accada lo stesso alla sorellina più piccola. Adesso, la scuola di Edwin ha un “centro sicuro” che garantisce protezione, assistenza e supporto psicologico a tutte le ragazze che vogliono sottrarsi alle MGF. Queste ragazze potranno così continuare con gli studi in tutta sicurezza.
In questo scenario, combattere le MGF non significa solo denunciare: significa creare alternative reali. Celina lavora con ActionAid parlando con genitori e ragazze; David coinvolge anche i ragazzi, perché il cambiamento culturale riguarda tutta la comunità. E nella scuola legata alla storia di Edwin nasce un centro sicuro. E tutto ciò è stato possibile solo perché qualcuno, proprio come te, ha scelto di dare una mano con l’adozione a distanza.
Cosa facciamo: protezione, comunità, diritto allo studio
Queste storie ci ricordano una verità semplice: le mutilazioni genitali femminili non sono un “problema lontano”. Sono una violazione dei diritti umani che colpisce bambine reali, oggi.
Per questo il nostro lavoro parte da ciò che serve davvero sul campo:
- spazi sicuri dove una ragazza possa rifugiarsi e ricevere supporto (come per Abigail);
- formazione e mobilitazione comunitaria, perché cambiare una norma sociale richiede alleanze, ascolto e continuità (come mostra la storia di Coumba);
- scuola e protezione insieme, per spezzare il legame tra MGF, matrimoni precoci e abbandono scolastico.